{"id":5853,"date":"2021-08-20T00:02:31","date_gmt":"2021-08-19T22:02:31","guid":{"rendered":"https:\/\/digitalhistory.unite.it\/emblemi\/"},"modified":"2021-11-23T15:27:39","modified_gmt":"2021-11-23T14:27:39","slug":"emblemi","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/digitalhistory.unite.it\/en\/testi\/emblemi\/","title":{"rendered":"Francesco Benigno, &#8220;Emblemi. Riflessione su una cultura espressiva tra mondo rinascimentale e sensibilit\u00e0 barocca&#8221;"},"content":{"rendered":"<h1>Francesco Benigno, &#8220;Emblemi. Riflessione su una cultura espressiva tra mondo rinascimentale e sensibilit\u00e0 barocca&#8221; <\/h1>\n<div class=\"testo\">\n<p style=\"text-align: justify\">Viviamo in una societ\u00e0 che potremmo chiamare iconica, ovvero nel tempo di quello che \u00e8 stato chiamato il \u00abpensiero visivo\u00bb. Le immagini oggi parlano, raccontano, sono di per se stesse latrici di messaggi. Esse possiedono una forza sintetica espressiva in virt\u00f9 della quale \u00e8 forse possibile riproporre oggi il detto attribuito da Plutarco a Simonide di Ceo per il quale vi \u00e8 un rapporto intrinseco tra immagine e poesia: e davvero allora la poesia \u00e8 pittura, immagine parlante, e la pittura, l&#8217;immagine, poesia muta. Davanti ai nostri occhi scorrono le immagini di fotografie o di quadri o di marche pubblicitarie, quelle immagini che tanta parte hanno nel mondo della comunicazione, ed \u00e8 da questo nuovo punto di vista, quello del dilagare della cultura visiva, che possiamo di nuovo interrogarci sulle forme che prende il nesso tra parola scritta e immagine nella cultura europea della prima et\u00e0 moderna. Se nella <em>Citt\u00e0 del Sole<\/em> di Tommaso Campanella i cittadini imparano da scritti e disegni sui muri, noi che impariamo dai grandi e piccoli schermi dobbiamo interrogarci sul tempo lungo del sedimentarsi delle figure visive in quello che possiamo chiamare l&#8217;immaginario collettivo. Allora gli emblemi cessano di essere una reiterata forma convenzionale, una curiosa moda collettiva e divengono uno dei campi in cui si rispecchiano, in un tempo dato, un tempo passato, i problemi complessi della comunicazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scrive Cesare Ripa, nel proemio della <em>Nova iconologia<\/em>, l&#8217;edizione padovana di questa sorta di enciclopedia iconologica che tanta influenza ha poi avuto sulla cultura europea di et\u00e0 moderna, che da una parte vi \u00e8 l&#8217;immagine della quale si serve l&#8217;oratore, \u00abet della quale tratta Aristotele nel terzo libro della sua Rettorica mentre dall&#8217;altra quella, che appartiene a&#8217; Dipintori, overo a quelli, che per mezzo di colori o d&#8217;altra cosa visibile possono rappresentare qualche cosa differente da essa et ha conformit\u00e0 con l&#8217;altra\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Conformit\u00e0: vi \u00e8 dunque un nesso tra la figura retorica e l&#8217;immagine pittorica e questa conformit\u00e0 non sta in una qualche virt\u00f9 intrinseca del discorso sotteso ad esse ma nella loro congiunta potenza performativa, nella capacit\u00e0 di produrre persuasione: \u00abperch\u00e9 s\u00ec come questa persuade molte volte per mezzo dell&#8217;occhio, cos\u00ec questa per mezzo delle parole muove la volont\u00e0: et perch\u00e9 anco questa guarda le metafore delle cose, che stanno fuori dell&#8217;huomo, et quelle che con esse sono congiunte, et che si dicono essentiali\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vi \u00e8 dunque qui un intento persuasivo ma anche pedagogico, istruttivo. Il sottotitolo dell&#8217;<em>Iconologia<\/em> <em>overo descrittione dell&#8217;Immagini universali cavate dall&#8217;antichit\u00e0 et da altri luoghi<\/em> recita infatti: <em>Opera, non meno utile, che necessaria a&#8217; poeti, pittori et scultori per rappresentare le virt\u00f9, vitii, affetti et passioni humane<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si tratta, scrive Girolamo Ruscelli nel suo <em>Discorso intorno all&#8217;invenzione delle imprese, dell&#8217;Insegne, de &#8216;motti e delle livree<\/em> di \u00abmostrar per segni col senso della vista all&#8217;intelletto la forma e l&#8217;operazione delle cose\u00bb, in altre parole di rappresentare i pensieri per mezzo delle figure. Le quali perci\u00f2 sono immagini fatte per significare una diversa cosa da quella, che si vede con l&#8217;occhio: \u00abesse non hanno altra pi\u00f9 certa n\u00e9 pi\u00f9 universale regola\u00bb, scrive ancora il Ripa, \u00abche l&#8217;imitazione delle memorie che si trovano ne &#8216;Libri, nelle Medaglie, e ne&#8217; marmi intagliate per industria de&#8217; Latini e de&#8217; Greci, o di que&#8217; pi\u00f9 antichi che furono inventori di questo artifitio\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come ha scritto Mario Praz, le divinit\u00e0 pagane tornarono a un certo punto nel mondo cristiano a imperare tra gli uomini. Mondo cristiano significa tradizione cristiana e cos\u00ec sono ovviamente due i terreni paralleli che costituiscono la fonte dell&#8217;universo emblematico; soggetti biblici e soggetti mitologici non costituiscono per\u00f2 campi opposti ed ostili. A mediare tra paganesimo e cristianesimo vi sono, osserva ancora Praz, una schiera di allegorie \u00abquali sacerdotesse che prestavano un doppio ossequio\u00bb: gli stessi animali che rappresentano i quattro evangelisti possono servire a rappresentare persone o soprattutto stati d&#8217;animo. O ancora, in altri casi, un vero e proprio agone tra i vizi e le virt\u00f9 (la <em>Psycomachia<\/em> dello spagnolo Prudenzio) dove il processo di personificazione delle potenze dell&#8217;anima assume un&#8217;intensit\u00e0 icastica esemplare: accanto ai santi e agli dei figurano un collegio di virt\u00f9 e un anticollegio di vizi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si guardi ad esempio l&#8217;immagine di Ripa della virt\u00f9 impersonata da Bellerofonte a cavallo di Pegaso che uccide la chimera: \u00abPer Bellorofonte bellissimo giovane a cavallo del Pegaseo che con un dardo in mano uccide la chimera, si rappresenta la virt\u00f9. Per la Chimera allegoricamente s&#8217;intende una certa multiforme variet\u00e0 de&#8217; vitij, la quale uccide Bellorofonte, il qual dall&#8217;etimologia sua vuol dire uccisione dei vitij\u00bb. Il procedimento di Ripa \u00e8 come si vede quello della personificazione, soprattutto femminile, di sentimenti, passioni, stati d&#8217;animo: si sarebbe tentati di dire un&#8217;anima illustrata attraverso la personificazione. Si tratta di un procedimento contrario a quello delle \u00abimprese\u00bb con le quali si puntava invece alla simbolizzazione delle persone: che infatti nelle imprese vengono simboleggiate da un uccello, da un animale o da un motto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Al di l\u00e0 di queste differenze, immagini, emblemi, imprese hanno una storia comune che conviene brevemente ricordare: se si deve scegliere una data per iniziare la storia di questo \u00abnodo di parole e di cose\u00bb \u00e8 il 1419. Quell&#8217;anno arriva a Firenze un antico manoscritto greco, i <em>Hyeroglyphica<\/em> di Horapollo poi stampato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1505 nella convinzione, che sar\u00e0 poi di Erasmo, che il linguaggio delle immagini potesse avere validit\u00e0 sovranazionale e promuovere l&#8217;unit\u00e0 universale. E&#8217; soprattutto grazie a questo testo che il mito del geroglifico, inteso come simbolo riassuntivo di un discorso misterico acquista l&#8217;enorme influenza che sappiamo. In <em>Misteri pagani nel Rinascimento<\/em> e in altri studi&nbsp; meritoriamente ristampati o stampati <em>tout court<\/em> da Adelphi, Edgar Wind ha indagato&nbsp; tutto un filone della cultura umanistica attratto tra XV e XVI secolo dall&#8217;antico, e dal mondo pagano soprattutto in ragione di interessi filosofici e misterosofici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scrive Piero Valeriano in <em>Hieroglifica,<\/em> un testo che, stampato a Basilea nel 1556, avr\u00e0 grande importanza nella diffusione del riferimento alla cultura classica (o per meglio dire di derivazione ellenistica) come strumento sapienziale, di intonazione neoplatonica attraverso cui interpretare il mondo: si tratta, secondo Valeriano, di riscoprire \u00abquel segreto modo che fu presso di loro (gli antichi), di dipingere e intagliare, i quali avevano pensato un certo muto parlare da intendersi con la mente per mezzo dell&#8217;immagine delle cose; non da pronuntiarsi con alcun suono di voce (&#8230;) essendone stati senza dubbio gli inventori i sacerdoti d&#8217;Egitto, i quali dipoi tutte le nationi, che hanno qualche scienza delle cose, si sono sforzati d&#8217;imitarli\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si presenta cos\u00ec una cultura esoterica, riservata a pochi che si appalesa con una faticosa operazione di svelamento. Cos\u00ec come i pittori cercavano tra i cunicoli pericolanti dei resti della <em>Domus aurea<\/em> i segreti dei vari stili imperiali, cos\u00ec i dotti della cultura ficiniana cercano nel simbolismo delle immagini antiche la chiave della rivelazione sacro-profana. Al limite, il mondo tutto appare come un geroglifico accessibile ai soli iniziati, un gigantesco emblema il cui testo sarebbe andato perduto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si misura qui come in altri campi &#8211; l&#8217;astrologia, l&#8217;alchimia &#8211; il percorso compiuto dalla cultura storiografica europea che aveva per tutto un lungo tempo disegnato il Rinascimento e pi\u00f9 in generale il Cinquecento come il tempo chiaro per eccellenza, il tempo dell&#8217;armonia, della serenit\u00e0 razionale. E&#8217; merito dell&#8217;iconologia (definita come quello speciale ramo di studi che si prefigge di decifrare le forme simboliche dell&#8217;arte) se quel procedimento oppositivo che voleva confinato nel Medioevo il tempo del simbolismo e dell&#8217;allegoria, \u00e8 stato abbandonato; e se l&#8217;interesse per la simbolizzazione si \u00e8 ben esteso alla cultura rinascimentale e a quella barocca, seicentesca. I nomi di questa rivoluzione sono quelli ben noti di Aby Warburg, di Erwin Panofsky e di Ernst Gombrich e nel campo della cultura pi\u00f9 propriamente storiografica quel filone di studi che prende le mosse, anche contestandone i risultati, dai lavori pionieristici di Frances Yates.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E tuttavia vedere nell&#8217;emblematica solo una delle espressioni della riscoperta della cultura classica mediata dall&#8217;attrazione per il sapere esoterico, per le culture misteriosofiche ed arcane \u00e8 una prospettiva parziale. Vari altri filoni culturali contribuiscono a quella che Fernando de La Flor ha chiamato la \u00abprotoemblematica\u00bb. L&#8217;emblema, infatti, dotato di corpo iconico e di anima verbale, rimanda anche alla cultura nobiliare tradizionale del blasone e dell&#8217;insegna: la pratica araldica presenta aspetti che ricordano molto da vicino quella che poi sar\u00e0 l&#8217;attitudine emblematica. Per Paolo Giovio, del resto, gli emblemi nascono dalle vesti dalle livree e dalle insegne dei guerrieri per significare parte dei loro generosi e alti pensieri. E Baldassarre Castiglione ne <em>Il Cortegiano<\/em> scrive che \u00abil cortegiano porr\u00e0 cura d&#8217;aver cavallo con vaghi guarnimenti, abiti ben intesi, motti appropriati, ed invenzioni ingeniose, che a s\u00e9 tirano gli occhi dei circostanti, come calamita il ferro\u00bb. A sua volta Angelo Poliziano scrivendo a Geronimo Donati descrive bene questa frenesia che deriva dalla capacit\u00e0 egemonica della cultura nobiliare e delle sue genealogie immaginarie: \u00abquello vuole un motto per il pomo della spada o per l&#8217;emblema dell&#8217;anello&#8230; questo un&#8217;impresa non dico per la sua argenteria ma per i cocci di casa&#8230;\u00bb. Si rappresenta qui una vera e propria espansione della cultura nobiliare che oltrepassa i suoi ambiti sociali per influenzare altri mondi come quello dei dotti: nelle accademie, si pensi ad esempio alle famose \u00abpale\u00bb degli accademici della Crusca, ogni membro ha un nome accademico, un motto, un disegno a m\u00f2 di impresa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Poi vi \u00e8 certo la tradizione numismatica delle medaglie e delle monete. Una delle immagini pi\u00f9 ricercate, quella della fenice (l&#8217;immagine che \u00e8 anche la marca della casa editrice Giolito de&#8217; Ferrari di Venezia laddove Manuzio sceglier\u00e0 invece la famosa ancora col delfino) \u00e8 un&#8217;immagine che \u00e8 transitata alla cultura europea moderna prevalentemente attraverso le monete greche e romane<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E ancora v&#8217;\u00e8 la tradizione ludico-rinascimentale, quella dei giochi ma anche delle feste. L&#8217;universo delle celebrazioni e delle feste apre uno spazio molto particolare, straordinariamente efficace per l&#8217;espressivit\u00e0 emblematica: le architetture effimere, gli archi trionfali, gli altari addobbati, le scenografie, sono piene di sculture e pitture allegoriche ma anche di epigrammi e di versi che sono veri e propri messaggi allo spettatore. Poi, certo, vi \u00e8 ancora la tradizione medievale dei bestiari ma anche dei repertori erborici e dei lapidari. In generale si pu\u00f2 dire che la tradizione alchemica, cos\u00ec come quella astrologica, ha grande affinit\u00e0 con quella emblematica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel corso del Cinquecento l&#8217;emblematica prende la sua veste definitiva. Con Andrea Alciato (<em>Emblematur liber<\/em>, Augsburg 1531) l&#8217;emblema \u00e8 fissato classicamente come triplex: composto cio\u00e8 da figura, titolo e testo. La cultura rinascimentale tenta di operare ormai distinzioni precise tra emblemi, imprese, geroglifici, divise etc. Come \u00e8 stato osservato, questo intento ordinatorio e classificatorio piuttosto che semplificare complica il quadro: perch\u00e9 tutti questi testi, figure parlanti o motti illustrati, si innestano in un terreno di rimandi fitto e intricato in cui \u00e8 difficile rintracciare le fonti originarie mentre \u00e8 frequente il prestito parallelo da una fonte all&#8217;altra. E poi con l&#8217;opera dei tre grandi mitografi, Lilio Gregorio Giraldi, Natale Conti e Vincenzo Cartari viene fissato il grande repertorio della cultura mitologica. In un testo come quello di Cartari l&#8217;intento divulgativo \u00e8 ormai preponderante. Per certi aspetti, l&#8217;<em>Iconologia<\/em> di Cesare Ripa conclude un processo che impegna il grosso del Cinquecento di volgarizzazione, disvelamento, popolarizzazione della cultura simbolica. Con Ripa alla mano, com&#8217;\u00e8 stato detto, si pu\u00f2 spiegare la maggior parte delle allegorie che ornano i palazzi e le chiese di Roma, e non solo di Roma. Se Bronzino, Vasari e i Carracci avevano usato Cartari, anche Ripa \u00e8 a sua volta una fonte e di conseguenza una chiave interpretativa di tutto rilievo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si ha qui il passaggio, tante volte notato, dal mondo culturale sapienziale che ispira la prima attenzione verso il sapere arcano dei segni, ad un&#8217;attitudine all&#8217;allegorizzazione intesa come disvelamento, talora superficiale, del simbolo che viene privato della sua carica polisemica. Spiegato esso appare irrimediabilmente depotenziato. Come \u00e8 stato osservato, quegli stessi geroglifici che nella fantasia degli umanisti erano il simbolo di una profonda e originaria sapienza divengono ora un semplice equivalente visivo di un discorso, sicch\u00e9 al simbolico si sostituisce il discorsivo e l&#8217;allegorico. A partire dagli anni &#8217;70, in Spagna cominciano ad apparire esegesi erudite di Alciato, e viene crescendo una proliferazione di scolii, dichiarazioni, postille dirette ad illustrare il senso nascosto, creando o illuminando sensi espliciti al posto del velato fondo enigmatico. Il testo invade lo spazio figurale e l&#8217;immagine viene cos\u00ec testualizzata e al tempo stesso determinata, fissata. Il linguaggio emblematico viene decifrato e tradotto in un equivalente verbale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rimangono tracce, certo, della originaria attitudine, ma esse sono sempre pi\u00f9 labili. Delio Cantimori scrive di imprese prodotte nell&#8217;ambito del nicodemismo non tanto oscure da non&nbsp; poter essere comprese dagli intenditori raffinati, non tanto evidenti da poter essere comprese da qualunque plebeo o animo basso di denunciatore o spia dell&#8217;inquisizione. A parte che questo atteggiamento pi\u00f9 che nicodemistico attiene alla originaria natura esoterica dell&#8217;impresa (come aveva scritto Paolo Giovio l&#8217;impresa perfetta \u00abnon deve essere oscura di sorte ch&#8217;abbia mestiero della sibilla per interprete a volerla intendere n\u00e9 tanto chiara ch&#8217;ogni plebeo l&#8217;intenda\u00bb) v&#8217;\u00e8 da chiedersi come incida in questo processo di razionalizzazione del paganesimo la trasformazione religiosa in atto con la riforma. Se cio\u00e8 l&#8217;antica adesione ad una cultura pagana di stampo misteriosofico non diventi, in un tempo di scontro ideologico, qualcosa di diverso, da far rigiocare magari in chiave <em>politique<\/em>, ma che sicuramente nel prendere le distanze dalle \u00abfavole e bagattelle\u00bb (per citare Bruno) dell&#8217;ortodossia religiosa non pu\u00f2 pi\u00f9 rifugiarsi in un mondo di miti e simboli ormai disvelato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si aprono invece altre possibilit\u00e0: gli emblemi possono essere usati, riprendendo la tradizione erasmiana, come ricettari morali. E&#8217; il caso degli <em>Emblemas morales<\/em> di Sebastian de Covarrubias Horozco, (cappellano di Filippo III e consultore del Sant&#8217;Uffizio): casi offerti alla coscienza del lettore perch\u00e9 possa trarne profitto. Siamo del resto agli inizi del 600, il tempo aureo della casuistica. Oppure possono divenire con Juan Solorzano Pereira e soprattutto con <em>La Idea de un pr\u00edncipe pol\u00edtico y christiano<\/em> di Diego Saavedra y Fajardo, <em>letrado<\/em> di camera del cardinale Borja e poi plenipotenziario alla pace di M\u00fcnster, una meditazione sofferta, in chiave tacitista, della politica del principe nello scorcio del declino della Monarchia. Perduta definitivamente la dimensione simbolica, gli emblemi di Saavedra sono filosofia politica illustrata ad uso dei dotti. Ad essere disvelato non \u00e8 pi\u00f9 il pantheon ma \u00ablo scettro de&#8217; reggitori\u00bb, o se si preferisce gli <em>arcana imperii<\/em>. E questo avviene in quel fatale 1640, emblematico anno di inizio dell&#8217;epoca delle rivoluzioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sicch\u00e9 \u00e8 forse possibile concludere osservando che la cultura barocca eredita dalla tradizione umanistico-rinascimentale gli <em>emblemata<\/em> ma li trasforma, ne fa uno strumento pedagogico e anche politico, li tramuta in una delle chiavi della comprensione del mondo sociale che &#8211; proprio come il mondo della natura che Galilei voleva fosse scritto in numeri &#8211; va esso stesso decifrato e compreso; e questo al di l\u00e0 delle strategie di manipolazione (simulazione e dissimulazione) messe in campo dai soggetti. La cultura emblematica allora diviene qualcosa di differente, una sorta di porta stretta ed obbligata per l&#8217;ingresso in quell&#8217;universo della comunicazione che fonda la base della politica e della societ\u00e0 barocca.<\/p>\n<\/div>\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Francesco Benigno, &#8220;Emblemi. Riflessione su una cultura espressiva tra mondo rinascimentale e sensibilit\u00e0 barocca&#8221; Viviamo in una societ\u00e0 che potremmo chiamare iconica, ovvero nel tempo di quello che \u00e8 stato chiamato il \u00abpensiero visivo\u00bb. 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